Da Roma un patto per la casa. Il caso di Tor Bella Monaca
Al convegno "All we need is home”, organizzato dall’assessorato al Patrimonio e Politiche abitative, dalle città europee le soluzioni per l’emergenza abitativa
Un simposio europeo che è iniziato da un museo del centro per concludersi in un teatro di periferia. Da via Nazionale a Tor Bella Monaca, la Capitale si compatta per affrontare l’emergenza alloggi nel primo Convegno internazionale sulla casa, “All we need is home”, organizzato dall’assessorato al Patrimonio e Politiche abitative di Roma Capitale. Al centro della due giorni, buone pratiche e strategie future per costruire un piano comune per affrontare il tema dell’abitare. Nel secondo giorno la visita guidata a Tor Bella Monaca oggetto di un programma di recupero urbano finanziato con fondi Pnrr per oltre 100 milioni di euro per rigenerare uno dei quartieri periferici più noti di Roma. Un pezzo di area urbana che il Comune ha deciso di far rinascere.
Una grande struttura da ripensare: l’edificio R5 è un chilometro e 200 metri di lunghezza (più lungo del Corviale), con 1.250 alloggi, abitato da 4mila persone con un grande problema di criminalità, povertà e mancanza di servizi
Il quartiere in tutto è abitato da 30mila persone ed è il luogo del disagio sociale: qui la casa c’è, ma manca tutto il resto; c’è il tasso di disoccupazione più alto di Roma e il livello dei redditi più basso di Roma, ci sono le famiglie più giovani della città, ma è anche un luogo dove le persone si impegnano a migliorare gli spazi giorno dopo giorno con pochissimi mezzi a disposizione e una grande vitalità dell’associazionismo. Per questo nel nuovo progetto sono stati ribaltati gli ingressi verso la strada per non creare un ghetto internamente, per costruire un nuovo rapporto con lo spazio circostante e per dare la possibilità ai piani terra di accogliere servizi di prossimità, aule studio, ludoteca, palestra, negozi utili al quartiere.
Alla fine del sopralluogo la condivisione degli esiti dei quattro tavoli tematici su: energia, vede e consumo di suolo; agenzie per l’abitare; edilizia residenziale pubblica e affitti accessibili partecipati da amministratori, associazioni, sindaci italiani e europei, ricercatori, sindacati degli inquilini, i movimenti per l’abitare e i cittadini per un nuovo patto per la casa. Al centro del primo tavolo sulla Transizione ecologica ed energetica anche un nuovo modo di percepire il tema green: le persone sono l’elemento leva per pensare a qualcosa in grande, oggi siamo chiamati a ragionare dal punto di vista dell’umano. I numeri non bastano, i codici neppure.
Co2, chilowatt, emissioni zero, il lessico fino a ora usato, ma è fondamentale spostarsi verso un’analisi qualitativa: il benessere al centro della questione casa
E poi una rinnovata sinergia tra pubblico e privato e l’utilizzo integrato delle tecnologie e delle discipline.
«I diritti costituzionali sono al centro, l’abitare si porta con sé uomini e donne, famiglie e anziani», ha spiegato Benedetta Brighenti (direttrice Renael), la coordinatrice del tavolo insieme a Edoardo Zanchini (direttore dell’Ufficio clima di Roma Capitale). «Siamo in una fase di passaggio, serve un nuovo approccio, di metodi e processi. Non è una sfida tecnologica, ma umana di processo; abbiamo stabilito che ci deve essere un utilizzo integrato delle competenze, di forza pubblica e privata in partnership», conclude. Evitare che la lotta ai cambiamenti climatici e i diritti sociali diventino posizioni antitetiche, è stato il concetto alla base della discussione.
Il tavolo Agenzie per l’abitare coordinato da Yuri Trombetti, presidente commissione Patrimonio e Politiche abitative Roma Capitale e Daniela Festa, ricercatrice de La Sapienza (Memotef), che ha visto la partecipazione delle città di Cagliari, Milano, Modena, Monza, Padova, Perugia, Roma e Torino. In forza le amministrazioni chiedono più patrimonio pubblico a disposizione, norme chiare, collaborazione tra Comuni e Regioni, politiche che vanno oltre l’orizzonte elettorale e un ministero alla Casa. «Abbiamo bisogno di un forte investimento pubblico su Erp ed Ers, anche economico. Oggi possediamo strumenti insufficienti per risolvere le lunghissime liste d’attesa, tutti abbiamo gli stessi problemi», dice il presidente Trombetti. In evidenza anche le buone pratiche dei territori: a Milano il fondo salva contratti che interviene prima della lettera di sfratto; Monza ha evidenziato il tema delle case vuote del patrimonio pubblico non utilizzato perché non adeguato e con necessità di pesanti riqualificazioni. Torino con il suo Fondo di garanzia, Perugia e Padova che hanno avviato un fortissimo rapporto di collaborazione tra il sociale e il patrimonio perché in primis bisogna occuparsi delle persone.
Nel focus le due missioni fondamentali dell’Agenzia sociale per la casa di Roma: l’intermediazione tra domanda di case accessibili (affitto concordato) e offerta di case, e il contrasto agli sfratti
Da un lato divulgare l’unico strumento contrattuale a disposizione e dall’altro lato la possibilità di avere a disposizione fondi pubblici, sempre meno accessibili per venire incontro agli sfratti. I fondi che oggi sono sostanzialmente due: il fondo morosità incolpevole (che è troppo blando) e il fondo di contributo agli affitti, che non è stato ri-finanziato dal governo attuale.
Per il tavolo Carenza di affitti il coordinamento di Filippo Celata (Memotef) ed Emily Clancy, vicesindaca di Bologna. «In corso moltissime sperimentazioni da parte dei Comuni di Barcellona, Bologna, Cracovia, Lisbona, Parigi, Parma», spiega Celata. «Mettere dei soldi in tasca alle famiglie o agire a valle? Nel caso di Roma, 19mila famiglie in lista d’attesa per l’Erp, la priorità è regolamentare il mercato e lavorare sulla zona grigia. La ricetta è un mix di strumenti. Barcellona ha una storia indicativa: il tema è stato affrontato in modo energico perché dopo la crisi del 2008 si sono cancellate intere generazioni dall’accesso alla casa, noi abbiamo accumulato un po’ più di ritardo e oggi il tema dell’affitto, politicamente, viene percepito come un attentato ai diritti di proprietà. La capitale della Catalogna ha lavorato sul rental control, sulla riduzione dei canoni e sull’aumento della disponibilità degli immobili in affitto. Oggi in Italia, invece, abbiamo poca disponibilità di immobili in affitto a causa dell’ossessione proprietaria nel Dna del nostro Paese, degli affitti brevi ai turisti e dei vuoti».
Nel tavolo Erp, coordinato da Laura Lieto, vicesindaca di Napoli, e Anna Iafisco (Eurocities) con le città di Atene, Barcellona, Napoli, Parigi e Vienna, una prima questione metodologica: c’è bisogno di un lavoro sartoriale con risposte diverse a seconda dei contesti dei Paesi, perché oggi la diversità tra tessuti urbani e composizione socio-economica delle città, è imponente. Il caso di Vienna, un unicum: modello assoluto con un enorme dimensione pubblica, con il 60% di alloggi convenzionati. Come interviene Vienna? Investe comprando dei terreni e costruendo nuovi alloggi anche mobilitando risorse private. Quindi area pubblica, gara pubblica e investimento privato. Ad Atene non c’è una tradizione di alloggi pubblici, anzi è alle prese con una cultura all’opposto con una fortissima preferenza per la proprietà rispetto all’affitto, tipica dei paesi mediterranei. Parigi: stock di case popolari ampio, una tradizione forte che sta consolidando, lavorando con vari strumenti (modelli di affitto alternativo e calmierato in mano ai privati per una durata di 65 anni) e un vasto piano di manutenzione.
Una Conferenza sulla casa, ma anche sui valori di un’Europa che si deve ri-costruire su quattro pilastri, come ha ricordato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri nelle conclusioni: welfare, istruzione, sanità e casa. I valori di un’Europa che si deve preparare alle sfide del futuro.
In copertina: ©Giulia Fuselli

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